Lungomare del Lazzaretto di Cagliari, ottobre 2015 - Foto di Luca Tamagnini.

Lazzaretto di Cagliari

Sono stato invitato ad un festival molto particolare,  APPRODI – Festa d’Arte e Comunità, per parlare di mare e di Sardegna. Ho proiettato le mie fotografie e ho cercato di raccontare quale sia il mio rapporto con il mare e le coste della Sardegna e quali siano le identità paesaggistiche che più mi affascinano.

Il luogo della conferenza è il Lazzaretto di Cagliari, un edificio sul mare che da rudere degradato è ora il centro culturale di un quartiere popolare di gente di mare. Questo luogo ha un affaccio ed un piazzale sul mare molto bello. Cagliari in questi ultimi anni sta migliorando molto il suo rapporto urbanistico con il porto ed il mare. Ci sono molti progetti di riqualificazione in cantiere e da quello che ho potuto percepire i cagliaritani ne sono molto felici.

Incontro con il fotografo Luca Tamagnini – SARDEGNA MARI E COSTE – Le identità più profonde del paesaggio costiero sardo – Cagliari 25 ottobre 2015 dalle ore 17 Sant’Elia Cagliari – Centro Comunale d’arte e cultura Il Lazzaretto – Approdi – Festa d’Arte e Comunità

Sono un pò invidioso degli isolani, di chi ha forti radici, di chi si identifica nel paesaggio nel quale è nato, di chi ha la linea dell’orizzonte del mare come confine geografico. Chi è nato su un’isola si vanta di far parte di una comunità con forti dosi di appartenenza: di avere ricevuto, anche dal mare, un retaggio indelebile e molto antico, una specie di desiderio di “purezza” simbiotica con la propria isola.

In realtà tutti cercano nell’interno dell’Isola queste unicità sarde, ed è vero sono quelle più autentiche ed ancora molto vive. Le identità sarde sulla costa invece sono meno visibili e più contaminate, ma sono quelle di un Mediterraneo più autentico, quelle che sulla penisola sono state sconvolte da colate di cemento e stabilimenti balneari.

Il mare collega, unisce, ma è anche confine, fronte bellico. Le torri saracene sono in alcuni paesaggi costieri sardi identità spettacolari, ma che raccontano una storia di scontri più che di incontri. Sentinelle sulle coste per diversi secoli a scrutare il mare: vele amiche o nemiche?

Bagnanti e profughi, un contrasto troppo forte. Il tempo delle vacanze, della spensieratezza si infrange su quell’onda lunga della storia mediterranea, che sembra non finire mai. Un mal di mare della storia, un rigurgito di una delle sue ere peggiori. Che futuro ci riserva questo mare? L’Africa è così vicina, ma lontana dai nostri cuori.

Porto Zafferano, Teulada, estate 2008, relitti abbandonati da clandestini algerini. Foto fine art di Luca Tamagnini.

Porto Zafferano, Teulada, estate 2008, relitti abbandonati da clandestini algerini. Foto fine art di Luca Tamagnini.

A Porto Zafferano, a Capo Teulada ho fotografato alcuni relitti abbandonati in spiaggia, una visione macabra, in un paesaggio bellissimo. Come sbarcano, stremati, infreddoliti, assetati, si inoltrano, come Ulisse appena naufragato, alla ricerca di conforto, di qualcuno disposto ad aiutarli. La tragicità degli eventi ci porta ad altri stati d’animo. L’attualità è sempre difficile da interpretare eppure il Mediterraneo sembra a vari cicli ripetersi sempre. L’immagine eroica di Odisseo sicuramente questi naufraghi non la conoscono, eppure le loro tragiche attraversate ne reinterpretano il millenario conflitto, tra coste amiche o nemiche. L’Odissea di Omero è sicuramente uno dei primi mattoni identitari della cultura occidentale europea. Ma la Sardegna non è l’isola di Ulisse,  è quella di Ercole.

Ercole (Eracle per i Greci e Melkart per i Fenici) ha l’Asinara come sua isola, le rotte mitologiche di questo dio forzuto sono molto legate alla Sardegna, come Ulisse lo è per il sud d’Italia (Magna Grecia e Sicilia). Da poco sto scoprendo i portolani medioevali, un patrimonio in lingua italiana molto interessante per capire come il Mediterraneo aveva una sacralità e competenze marinare molto italiane.

In realtà i miei paesaggi marini sardi sono immagini dell’immutabilità del mare, di qualcosa che non è mai cambiato, paesaggi che sono ancora uguali a come li vedeva un mercante fenicio, pisano o cagliaritano. Immagini da memorizzare e trasfigurare in qualcosa di soprannaturale per alleviare le paure del viaggio marino. I paesaggi e i profili costieri, sono memoria visiva molto antica, la più profonda identità della gente di mare, che navigava e conosceva bene ogni approdo, rada, scoglio pericoloso.

Quando viaggio lungo le coste del Mediterraneo, leggo molto, mi pongo domande e capita di incontrare anche importanti studiosi. In Sicilia, altra isola che conosco bene, archeologi e storici sanno dirti molto, perché hanno molte fonti scritte alle quali attingere e riscontri dagli scavi archeologici. In Sicilia si conoscono anche i nomi dei fondatori delle città greche del VII sec a.C. , di quasi tremila anni fa. In Sardegna invece è tutto molto più complicato. I Greci non hanno fondato città, la Sardegna non è stata per loro terra da colonizzare, quindi niente fonti scritte. Dei Fenici e dei Punici non abbiamo nulla di scritto: i Romani non ci hanno permesso di conoscere la storia scritta da questo popolo mediterraneo molto marino. Nessun papiro, nessun testo storiografico in lingua fenicio-punica è arrivato sino a noi.

Sono un fotografo di paesaggi costieri che ama capire quello che fotografa. La natura costiera del Mediterraneo esprime un paesaggio quasi sempre umanizzato. Mi sono innamorato della Sardegna perché ha un’umanizzazione sulla costa molto diversa dal resto d’Italia, quasi assente. Alcune torri costiere aragonesi sono state costruite sopra altre torri molto più antiche, della civiltà nuragica. La sua umanizzazione costiera è antichissima, un popolo che costruiva torri sul mare, in gran numero, in epoche remote doveva essere un popolo molto attento alle sue coste e al suo mare.

Ho visto i Giganti di Monte Prama, a Cagliari, poi ho visto anche quelli a Cabras nel Sinis, ho visitato gli scavi non molto distanti dal Museo. Una scoperta archeologica incredibile, giganti di pietra simili ai piccoli bronzetti sardi, trovati tutti in un luogo preciso, distrutti in mille pezzi. Un’illustrazione sommaria che ho visto al Museo di Cabras mostra l’ipotetica scena prima della demolizione, dell’annientamento. Un’infilata di statue simile a quelle dell’Isola di Pasqua, nel sud Pacifico. Un paesaggio sardo del Sinis tra le lagune e il mare, sulla strada che porta a Tharros, l’antica città fenicio-punica. Una barriera di guerrieri di pietra, arcieri, soldati con spade e scudi, alti due metri, a chi dovevano fare paura? La datazione è intorno all’anno mille (a.C.) e siamo verso la fine delle ere nuragiche.

La penisola del Sinis è un territorio sardo davvero incredibile. In Sardegna tutto l’antico, il mondo arcaico, la storia delle origini dove tutto è iniziato sembra ancora presente. Navigare le sue coste, sbarcare, incamminarsi per sentieri panoramici costieri, sono esplorazioni nel paesaggio che mi aiutano a cercare un senso di appartenenza molto speciale. Vorrei appartenere alla Sardegna, vorrei vivere sul mare, sono un profugo italiano della Somalia, sono nato a Mogadiscio, una città sull’Oceano Indiano e ho perso i miei scenari marini, quello che più legava a quel mondo che dall’età di 18 anni non ho mai più rivisto. I mari e le coste della Sardegna più selvaggia sono forse un retaggio di quell’Africa marina che ho lasciato per sempre.

Ma torniamo al Sinis e affacciamoci sul Promontorio di Capo San Marco, saliamo sulla Torre  di San Giovanni e affacciamoci sul paesaggio strepitoso. Il mare è ovunque. Siamo sopra una città antica abbandonata, le sue misere rovine sembrano stare lì per caso. Tharros, appunto, una città antichissima. Ovunque si scavi su questa stretta penisola, sotto pochi centimetri di terra affiorano edifici, strade, tombe. Anche in acqua moli e banchine continuano l’estensione della città. Quella scavata, quella oggi visibile è solo una piccola parte, ed è quella più recente, quella romana.

Fino agli anni ’70 sulla spiaggia di San Gionanni di Sinis, un villaggio fatto di canne ospitava turisti, erano le barraccas del Sinis, un retaggio abitativo antichissimo, poi le ruspe misero fine ad un costume “abusivo e indecoroso”, parole sentite da un politico locale che cercava una giustificazione a un tale delitto paesaggistico. Il popolo delle barraccas chiese in cambio costruzioni “legali” in cemento, affacciate sul mare.

Ora sono un orrendo simulacro della Costa Smeralda, una colata di cemento senza identità, uno sfondo cementizio che grazie al cielo non riesce a sfigurare quel meraviglioso tratto di costa nei pressi di Torre Seu. Quello che rimane di queste barraccas ora sono ricostruzioni fatte dalle istituzioni locali in poche unità sparse lungo la costa del Sinis. Un tentativo per ritrovare un’identità unica, perduta per sempre.

Passiamo ad epoche più lontane. Passiamo all’assedio di Cagliari pisana, da parte della flotta spagnola aragonese. Un evento storico italiano poco considerato. Per i sardi è visto come una dominazione che si sostituisce ad un’altra. Eppure è il primo atto di una conquista straniera che darà l’avvio al declino del sud Italia. E per i sardi è la fine della lunga epopea dei Giudicati, forse l’unico periodo storico in cui la Sardegna aveva quasi una totale autonomia. Genova e Pisa erano le repubbliche marinare del Tirreno, e i Giudicati sardi ne avevano subito il fascino. Erano tra le prime potenze economiche mercantili e capitalistiche della storia moderna, portatrici di innovazione, di culture borghesi e cittadine, la vera rivoluzione sociale dei tempi moderni, l’alternativa vincente al modello feudale. Gli Aragonesi invitati in Sardegna dal Papa sono i restauratori del modello feudale, i veri artefici del declino del sud Italia, che quando poi si fonderanno nella corona castigliana grazie alle ricchezze del nostro Mezzogiorno diverranno una superpotenza europea.

Il santuario della Madonna di Bonaria è quel che resta di quell’assedio.  Oggi la sentita devozione per questo santuario  sembra non aver più nessun rapporto con l’assedio, sembra essersi slegato da quei tragici fatti storici, di conquista e violenza, di sottomissione e schiavitù.

Quel luogo è un santuario sul porto di Cagliari che ho imparato ad apprezzare, la sua sacralità e devozione ha tutto il mio rispetto, una devozione soprattutto della gente di mare, basta vedere l’enorme quantità di ex- voto legati al mare appesi in sacrestia.

Il periodo dei Giudicati per le identità sarde è stato un momento di autogoverno, di scambi con i vicini Catalani, Genovesi e Pisani senza troppi conflitti. Ma soprattutto vieni a sapere che il Giudicato di Arborea è stato un regno che è durato 500 anni, e che le leggi scritte sulla Carta De Logu sono state in vigore fino al 1800 (e utilizzate anche dopo dai dominatori spagnoli).

Tutto questo lo scopri leggendo un libro scritto da uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione negli anni ’20, che parla di una donna sarda e di suo marito della grande famiglia genovese dei Doria.

Lo sfondo degli eventi è Castelsardo, uno dei pochissimi borghi fortificati in riva al mare della Sardegna. Sto parlando di Eleonora D’Arborea e di suo marito Brancaleone Doria. L’autore del libro è Camillo Bellieni, eminente intellettuale sardo dei primi anni del ‘900. Una figura sarda che mi piacerebbe approfondire e conoscere meglio, ma non sono in grado di avventurarmi in stagioni sarde ed italiane molto complicate, tra la nascita del Partito Sardo d’Azione, il fascismo e figure intellettuali e politiche di altissimo livello quali quella di Emilio Lussu.

In questo viaggio identitario sardo, molto personale, vorrei rimanere lungo le sue coste.

Da italiano alla ricerca di identità marinare della nostra penisola non posso dimenticare di citare l’Isola di Caprera e Garibaldi, una figura che di sardo non ha nulla: eppure ha scelto lui quell’isola, ha voluto vivere, essere esiliato e morire a Caprera. L’Arcipelago di La Maddalena e la Gallura sono diventate la sua patria, anche perché la sua Nizza, i piemontesi l’avevano ceduta ai francesi, quasi a dispetto dell’eroe. Da uomo di mare qual’era, da uomo libero, ha scelto un’ isola della Sardegna come patria provvisoria, come ridosso identitario a cui ancorarsi.

Il fascino della Sardegna sta tutto qui, nella complessa storia del suo popolo e nella antichissima identità isolana. L’umiltà e la riservatezza dei sardi sono forse i tratti che amo di più del carattere isolano, che ho riscontrato nella sua “gente di mare”, forgiata dal Maestrale.

Le onde generate dal vento di Nord est sono le più grandi di tutto il Mediterraneo. Fanno paura in mare, ma dalla costa sono solo spettacolo pirotecnico. Mi piacerebbe molto indagare e conoscere meglio la nuova generazione dei surfisti sardi.  Li ho visti a Capo Mannu, non hanno paura di nulla, le onde di Maestrale le sanno dominare, con gioia e spensieratezza. Non è incoscienza, è voglia di sfida. Il mare per gli isolani è fonte di ispirazione e il migliore rivelatore delle identità più profonde.

 

 


Link alla foto dei relitti clandestini a Porto Zafferano: fotografia fine art in vendita su Photoatlante.it 


Durante la conferenza ho parlato anche dell’origine del nome Timi Ama. Leggi l’articolo che ho scritto su questo blog.


Qui il link all’articolo che parla dell’ebook di Villasimius: eBook fotografico con video di Villasimius


Link al mio libro fotografico di grande formato sul paesaggio costiero della Sardegna:

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