Spiaggia Timi-Ama, Porto Giunco, Villasimius, Sardegna - Fotografia fine art - Fotografia fine art di Luca Tamagnini

Timi Ama

Non solo una bellissima spiaggia

La parola “Timi Ama” ha un suono esotico, sembra evocare mari polinesiani. A Villasimius è il nome della sua spiaggia più bella. Vengono da tutta la Sardegna per tuffarsi nelle sue acque cristalline. “Timi Ama” è anche il nome di un albergo, appena oltre le dune della spiaggia, con una magnifica vista sullo Stagno di Notteri e sulla baia di Porto Giunco. Il marchio di questo albergo è quello di una pinna di sirena, che in realtà è la sagoma di uno scoglio di granito che si trova non molto lontano dall’albergo. Una roccia in riva al mare a forma di pinna.

L'altarino e lo scoglio a forma di pinna nella Marina di Villasimius - Foto di Luca Tamagnini

L’altarino e lo scoglio a forma di pinna nella Marina di Villasimius – Foto di Luca Tamagnini

Oggi è un po’ nascosta, ha perso molto del suo fascino, della sua seducente silhouette di sirena. Si trova nel porto turistico di Villasimius, una lunga passerella permette una visita ravvicinata. Una scultura naturale che si trova lì dalla notte dei tempi, quando il paesaggio era ancora primordiale e il mare era frequentato dai primi avventurosi navigatori mediterranei. La presenza di uno scoglio con tali fattezze, sicuramente avrà attirato su di sé chissà quali attenzioni. Sembra l’atto pietrificato di una coda di cetaceo nell’attimo della sua immersione. Una sagoma ben definita in un porto naturale quasi perfetto, non per niente è lì che è nata la Marina di Villasimius.

Un amico di Cagliari, che fin da bambino frequenta Villasimius, si ricorda che quella pinna di granito qualcuno la chiamava “Scoglio Timi Ama”. Ma forse quel nome era legato al clamore che suscitò la costruzione del nuovo Resort Timi Ama e al suo logo utilizzato per reclamizzare l’albergo. Il logo era la sagoma della pinna di granito, un segno grafico inconfondibile per chi frequentava il porticciolo di “Villa”.

Prima della costruzione del nuovo porto (nella metà degli anni’90), quella pinna di granito era il cuore della vecchia marina. Una piccola banchina, con una breve barriera frangiflutti, raccoglieva le barche con ormeggi precari e disordinati. Ma allora lo scoglio faceva la sua figura, era una presenza importante, ben visibile dalla strada e da ogni punto del porticciolo.

Ad una prima ricerca la parola “Timiama” compare nella Bibbia. Nell’Esodo è il nome di un particolare incenso da usare durante i sacrifici degli agnelli. Ma ad un secondo esame più accurato di geografia storica è comparsa la parola “Timi-ama” in un antico portolano del 1200, ed è il nome di uno scoglio vicino a Capo Carbonara. La Polinesia quindi non c’entra nulla, il nome è parte dell’identità di questo tratto di costa, un topònimo originale sardo, con qualche secolo alle spalle.

Speravo di aver trovato la conferma che si trattasse di quello scoglio nel porto. Invece da un’ analisi ancora più accurata, con l’aiuto di una ricercatrice* del CNR, scopro che lo “Scoglio Timi Ama” non è quello a forma di pinna di granito. Si tratta di un altro scoglio, che riusciamo ad identificare meglio grazie ad un altro portolano più recente del 1400, dove il “topònimo” è diventato “temi e ama“, o anche “pietra fanara” ed infine “scoglio ora detto di S. Elmo“.

Cava Usai 2011 - Formato 150x70-cm - Fotografia fine art di Luca Tamagnini

Cava Usai 2011 – Fotografia fine art di Luca Tamagnini – Capo Carbonara, Villasimius, Sardegna.

Chi va per mare a Villasimius conosce molto bene questi scogli di S. Elmo. Sono appena dopo il canale che divide il capo con l’Isola dei Cavoli. Scogli molto pericolosi per chi cerca un “ridosso” al maestrale, quando si doppia il Capo e si cerca la sua protezione. Una rada da temere ed amare, un rifugio al mare grosso, ma una terribile minaccia se costretti a navigare queste acque di notte.

Il nome “Timi Ama” quindi è sparito dalle carte nautiche, sostituito con quello di Sant’Elmo. Un santo molto importante perchè Sant’Elmo (o Ermo) è Sant’Erasmo Vescovo di Formia (Gaeta), protettore dei marinai. Sono tanti gli scogli dedicati a questo santo, anche nella vicina Costa Rei è segnato nelle carte uno scoglio con questo nome.

Il toponimo “Timi Ama” forse apparteneva ad una marineria mediterranea molto più antica, a quella dei Fenici, di cui la Sardegna ha fatto parte per tanti secoli.

La parola “Timiama” biblica, un incenso sacro, è parte di quel mondo orientale (ebreo-semitico), dal quale provengono anche i Fenici, fondatori del santuario sopra la Spiaggia di Campus, in quella stessa baia del porto di Villasimius, che gli archeologi hanno chiamato Is Cuccureddus.

Giocare con i toponimi marini è un modo molto particolare di esplorare l’identità di un tratto di costa mediterraneo; e si possono prendere grandi abbagli. Eppure lo scoglio “Timi-ama” nel portolano è anche “pietra fanara” dalla parola latina “fanum” che significa recinto sacro, tempio, santuario. Lo scavo archeologico del santuario di Is Cuccureddus ha potuto rivelare che da fenicio-punico poi divenne di culto romano.

Continuo a pensare a quella pinna di granito e a qualche sua funzione sacra in quell’ampia baia, in tempi antichi, quando era ancora attivo il santuario fenicio sulla collina di Is Cuccureddus. Sotto il santuario gli archeologi hanno ipotizzato la presenza di un porto fluviale, nella foce di un fiume che ancora oggi esiste, ma con portata d’acqua molto ridotta. Immaginare la rada con le imbarcazioni più grandi fuori dal porto, alla fonda proprio nei pressi della pinna di granito, (il miglior riparo allora ai venti di scirocco).

Equipaggi fenici che salivano al santuario e sacrificavano agnelli per propiziarsi il buon vento. Sicuramente un punto di approdo molto importante per chi affrontava le rotte in mare aperto per la Sicilia e l’Africa.

In mare aperto era facile perdere l’orientamento; stelle, bussole e carte nautiche non erano così precise, nemmeno in tempi più recenti. Senza il conforto della linea di costa era sempre molto incerta e rischiosa la navigazione. I viaggi per mare potevano essere affrontati solo con protezioni sovrannaturali, sia in antiche ere pagane e sia poi in quelle più recenti cristiane. I pericoli della navigazione hanno sempre imposto quel dovuto rispetto e quella sacra adorazione a tanti luoghi mediterranei che dal mare si facevano riconoscere subito. Baie, scali, porti naturali erano la salvezza; scogli, secche, correnti impetuose o venti avversi erano l’angoscia e il terrore di naufragare. Tanto più erano rischiosi e tanto più venivano dedicati a figure leggendarie o sacre.

La superstizione, la scaramanzia, la protezione di dei e santi erano necessari per farsi coraggio, per vincere la paura del mare. Offerte per grazia ricevuta allo scampato pericolo di una tempesta o preghiere per ricevere benedizioni alla buona riuscita della traversata, sono atti devozionali mediterranei molto antichi. In assenza di luoghi di culto, a volte bastava uno scoglio dalla forma particolare per svolgere quel ruolo apotropaico e augurale di cui i marinai di ogni epoca non potevano fare a meno.

 


* La ricercatrice del CNR è la dott.ssa Sebastiana Nocco, Ricercatrice di Geografia Storica dell’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea ISEM.


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Leggi anche l’articolo che parla dell’ebook di Villasimius: eBook fotografico con video di Villasimius


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