Foto Isola di San Pietro

Carloforte Sardegna foto 2021

Le foto dell’Isola di San Pietro che qui pubblico sono state realizzate per un nuovo progetto fotografico sul paesaggio costiero sardo. Ho stampato le scogliere di Nasca in un grande formato: 140 x 100 cm su carta Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 gsm. La foto è un’edizione limitata di 12 in formati diversi.

Foto Isola di San Pietro, Scogliere di Nasca, 2021 / 140x100cm (immagine130x90) / Luca Tamagnini Catalogo N° 2021-031

Scogliere di Nasca, 2021
Catalogo 2021-031
Serie: Fine Art
Formato:140 x 100 cm
Edizione limitata
Foto Luca Tamagnini


Banner vendita nuovo libro di Luca Tamagnini Sardegna Paesaggio Costiero edito da Photoatlante

Gin Racheli

Ho pensato di iniziare dalle foto di Carloforte e dalla Sardegna del sud perché casualmente ho scoperto il libro di Gin Racheli sulle Isole del Sulcis. Un libro esaurito ma che è possibile trovare ancora alla libreria “Il Mare” di Roma.

Copertina del libro: Le Isole del Sulcis-S.Pietro e S.Antioco di Gin Racheli - Mursia

Fanghi rossi e Folco Quilici

A causa della zona industriale di Portoscuso mi sono sempre tenuto lontano da questi lidi. Una brutta fama di un mare molto inquinato dai “fanghi rossi” risale agli anni ‘70 quando decisero di produrre alluminio da queste parti. In un libro di Folco Quilici ho trovato narrata l’esperienza terrificante di come riversavano in mare questi residui molto inquinanti.

«Ero appena a quindici metri «sotto» quando ho visto calare sopra di me la massa fangosa mollata a mare dalla bettolina incaricata, come ogni giorno, di disfarsi di quanto è avanzato dal processo di produzione. In un primo momento lo scarico m’apparve compatto come frana di rocce: aperta di colpo la stiva, il «fango rosso» della bettolina era caduto tutto assieme. Poi l’effetto è cambiato, proprio mentre tentavo di togliermi dalla verticale di quella massa. Pinneggiai in un guizzo disperato, ma inutile, perché pochi metri sopra la mia testa, il compatto scarico di fango s’era dilatato formando un largo «ombrello» color sanguigno (in miniatura, sembrava l’esplosione del famoso «fungo atomico»; rovesciato, però). La materia da solida s’era fatta nube e calava verso il fondo avvolgendomi.»

Folco Quilici – Coste e Mari d’Italia – Mondadori 1987

Sono passati quarant’anni e il mare sembra aver rigenerato tutto. Oggi i “fanghi rossi” non sono più buttati in mare. L’area industriale grazie a tante pale eoliche ha un aspetto migliore, anche se è un ferita che difficilmente si rimarginerà nel paesaggio. Mi dispiace iniziare questo articolo sull’Isola di San Pietro in maniera così negativa, ma quel breve tratto di mare che la divide dalla Sardegna poteva avere un futuro migliore. Le questioni industriali ed i loro agenti inquinanti sono il lato oscuro di questo territorio sardo. Sono anche di grande attualità, di scelte politiche difficili se si cercherà una riconversione verso produzioni più sostenibili.

Luca Tamagnini, Le Colonne Dittico 2009-2021 Sardegna, Isola di San Pietro. Il paesaggio costiero ripreso dallo stesso punta a distanza di 12 anni. Una colonna di basaldo è stata annientata da una tempesta. Nella seconda foto non esiste più.

Le colonne (Dittico), 2009-2021
Edizione di 50
Formato 70×70 cm
Immagine 60×60 cm
Fotografia di Luca Tamagnini
Carta Hahnemuhle 320 g/MQ
Cornice cassetta tiglio
Vetro museale UV70

Per qualsiasi richiesta scrivete

Le fotografie mostrate in questo articolo, sono in vendita. Il costo delle fotografie varia a seconda del formato e dell’edizione.

Risponderò il prima possibile

    Il tuo nome *

    La tua email *

    Oggetto

    Il tuo messaggio

    *campo richiesto

    Alluminio

    Per produrre l’alluminio si usa tanta energia, e qui grazie ai giacimenti di carbone del Sulcis fu fatta questa scelta industriale qualche decennio fa. Si costruì una grande centrale termoelettrica a carbone. Il carbone è il combustibile fossile più inquinante di tutti, quindi ai fanghi rossi si somma l’emissione nell’aria di enormi quantità di polveri sottili. Il minerale da cui si estrae l’alluminio (Bauxite) arriva da molto lontano via mare: l’Australia. Altro aspetto che rende questa produzione industriale una scelta per niente sostenibile. Per chi ne vuole sapere di più consiglio di leggere questo articolo sul sito di Italia Nostra.

    Le Colonne di Carloforte

    Torniamo alle foto di Carloforte ai suoi paesaggi costieri grandiosi. La prima foto di Carloforte che dovevo assolutamente realizzare era quella di un paesaggio costiero che una tempesta aveva completamente stravolto e che avevo scattato qualche anno prima: Le Colonne di Carloforte.

    Foto Mare Sardegna / Isola di San Pietro, 2009, Le Colonne / Luca Tamagnini Catalogo 2009-004B

    Isola di San Pietro, 2009, Le Colonne / Luca Tamagnini Catalogo 2009-004B

    In questa fotografia del 2009 erano ancora insieme. Poi una potente mareggiata ha abbattuto quella più vicino alla riva. Dopo più di dieci anni sono tornato a Carloforte e ho ritratto questo paesaggio costiero molto identitario del sud della Sardegna.

    Foto Mare Sardegna / Isola di San Pietro, 2021, Le Colonne / Luca Tamagnini Catalogo 2021-044

    Isola di San Pietro, 2021, Le Colonne di Carloforte / Luca Tamagnini Catalogo 2021-044

    La colonna superstite fa un po tristezza, ma è ancora un meraviglioso paesaggio costiero del sud della Sardegna. Della seconda colonna non esiste più traccia. La potenza del mare l’ha annientata. I grandi blocchi di basalto sono ancora lì sotto, in fondo al mare o sulla scogliera.

    Foto Isola di San Pietro / Stampe Fine Art

    Sono venuto a fotografare l’unica colonna rimasta per il mio progetto fotografico: I CICLOPI DEL PAESAGGIO COSTIERO ITALIANO. Sul sito di Photoatlante è possibile acquistare la grande fotografia Fine Art: Carloforte, Le Colonne, 2021 100 x 100 cm.

    Le Colonne, 2021

    Le Colonne l’ho stampata in tiratura limitata 1 di 12 per la mia serie : I Ciclopi del Paesaggio Costero Italiano. Formato 100 x 100 cm (immagine 90 x 90 cm). Una fotografia realizzata a posa lunga con pellicola a lastre 4×5 pollici. La grande foto è in vendita sul sito di Photoatlante.

    Le Colonne, 2021 / Foto Fine Art 100 x 100 cm / Edizione 1 di 12 unico formato / Luca Tamagnini Catalogo 2021-061

    Le Colonne, 2021
    Catalogo 2021-061
    Serie: Fine Art
    Formato:100 x 100 cm
    Edizione limitata
    Foto Luca Tamagnini


    Album Foto Isola di San Pietro / Le Colonne

    Grandiose scenografie

    Le foto di Carloforte che ho realizzato recentemente sono paesaggi costieri della parte più selvaggia dell’Isola di San Pietro. Grandiose scenografie scattate sulla sua costa rocciosa in faccia al Maestrale. il potente vento di nord est del Mare di Sardegna che qui alza onde gigantesche. L’origine vulcanica dell’Isola di San Pietro la rende estremamente interessante geologicamente parlando. Una natura litica, minerale quasi unica nel Mediterraneo. Un’identità paesaggistica che la collega al Sulcis per lo sfruttamento minerario del sottosuolo. Sull’isola ci sono diverse miniere abbandonate. Carloforte è una delle poche isole minori della Sardegna, che ha una comunità residente. L’altra è al nord della Sardegna ed è l’Isola di La Maddalena. Leggi e guarda le mie foto dell’articolo “Foto La Maddalena”.

    Isola dei Falchi

    L’isola ha avuto nei secoli vari nomi: per i Fenici era l’isola dei Falchi (Enosim). Per i Romani l’Isola degli Sparvieri (Accipitrum Insula). L’isola è ancora oggi un importante sito di nidificazione del Falco della Regina (Falco eleonorae). In epoca Cristiana prende il nome attuale: Isola di San Pietro. Oggi tutti la chiamano con il nome del paese: Carloforte. Nel 1700 da Isola disabitata venne colonizzata e nacque il paese e il porto di Carloforte. Una colonizzazione umana con una storia molto particolare che ho potuto approfondire grazie al libro di Gin Racheli di cui sopra. Una storia di un piccolo popolo del Mediterraneo che desta meraviglia, per come la sua identità la si percepisce immediatamente come si sbarca in porto e si entra in contatto con la gente di Carloforte. Nel lontano passato l’isola non è mai interessata a nessuno. I Fenici preferirono la vicina Isola di Sant’Antioco, quasi unita alla costa, con un porto naturale ideale per fondarvi poi una città.

    Isola disabitata

    L’Isola di San Pietro invece era totalmente disabitata quando vi giunsero nel 1700 una comunità di 140 famiglie. Venivano dalla costa nord della Tunisia, che dalle isole del Sulcis non è poi così distante. Un tratto di mare che univa e divideva: per fedi religiose, opportunità commerciali e risorse marine di un Mediterraneo che in quei secoli era in continuo conflitto.

    Oro rosso

    Questo popolo non era arabo o berbero e neppure musulmano. Era un piccolo popolo di italiani della Liguria che sulla costa africana andò a pescare il Corallo. Vivevano in Tunisia dalla metà del 1500 ed erano li perché il grande imperatore Carlo V, aveva trovato un accordo con il Bey di Tunisi di allora (1542), per avere rendite commerciali grazie all’oro rosso: Il corallo rosso (Corallium rubrum). Una famiglia di mercanti Liguri di Pegli, i Lomellini, furono gli artefici di questo accordo e trasferirono su una piccola isola molto vicino alla costa della Tunisia diverse famiglie di pescatori di corallo di Pegli.

    Tabarka Google Earth

    Tabarka Google Earth

    Tabarka

    Il luogo della Tunisia dove si insediarono i corallari liguri è l’Isola di Tabarka. Più che un’isola era quasi uno scoglio. Lunga 600 metri e larga 400, oggi non esiste più perché unita alla terraferma per formare i due porti della cittadina di Tabarka. Un mare che ancora oggi è molto ricco di corallo rosso.

    Difficile convivenza

    Dagli anni 40 del 1500 ai 30 del 1700, per quasi due secoli questo piccolo popolo ligure ha pescato il corallo ed è riuscito, tra alti e bassi, a vivere grazie alla pescosità di quel mare. Una convivenza difficile, con i tunisini: tollerati, sfruttati, ma necessari per le immense ricchezze che il commercio del corallo procurava. Dai Saraceni dipendevano per tutto: carne, cereali, olio e qualsiasi altro genere alimentare che non fosse il pesce, proveniva dalla costa tunisina.

    Razzie e riscatti

    Questo piccolo popolo ligure era molto capace a dialogare con i tunisini, un rapporto che divenne molto importante quando la pirateria saracena si fece sempre più terribile ai danni soprattutto delle isole e delle coste italiane. Razzie che fruttavano molto, soprattutto con la deportazione di interi paesi. Povera gente che andava a rifornire il mercato degli schiavi. Solo i più ricchi riavevano la libertà grazie ai riscatti delle loro famiglie. I “Tabarchini” (gli avi de Carlofortini) ebbero un ruolo importante nelle trattative per ridare la libertà a tanti deportati.

    «Il corallo era abbondante e i Lomellini, nel primo secolo di insediamento, poterono ammassare enormi ricchezze. Frattanto intorno all’Isola e sui mercati costieri ove si recavano per acquisti, i nostri Liguri vedevano passare gli schiavi catturati dai Saraceni e dai Turchi nelle scorrerie, e si muovevano tra loro liberi, in virtú dell’immunità pattuita con i Bey nel trattato di concessione di Tabarca. Raccoglievano nomi, implorazioni, richieste di riscatto, che trasmettevano a Genova, utilizzando le navi del corallo per un nuovo commercio di libertà di cui non si sa in quale misura si avvantaggiassero.»

    Gin Racheli, Le Isole del Sulcis, Mursia ©1989

    La crisi

    Convivere con i Saraceni non era facile, la loro vita era sempre in balia dei loro eventi predatori. La marineria piratesca del Mediterraneo tra il 500 e il 600 era una delle prime attività dell’economia del Nord Africa. Una convivenza che entrò in crisi… Gin Racheli lo spiega molto bene nel suo libro.

    «Dopo il primo secolo, la popolazione tabarchina era raddoppiata ed era chiaro che 2.000 anime sullo scoglio non ci stavano piú; il padrone Lomellini diede un pesante giro di vite alle concessioni di matrimonio (già da prima non ci si poteva sposare senza il suo consenso) e fu negato a chiunque dall’esterno il permesso di soggiorno nell’Isola. Su finire del XVII secolo, i due Bey di Tunisi e di Algeri si fecero sempre piú esosi, chiedendo a Lomellini ingenti somme per l’immunità dei suoi. A ciò si aggiunse il progressivo impoverimento dei banchi di corallo.»

    Gin Racheli, Le Isole del Sulcis, Mursia ©1989

    Primi del settecento

    Nei primi decenni del Settecento, sulla loro piccola isola era diventato quasi impossibile vivere. Continua Gin Racheli

    « […] cresceva anche il senso di disagio per la connivenza con la civiltà musulmana diversa dalla loro e piú arretrata di quella che avevano lasciato cento anni prima: agi anche, come sinistro avvertimento sulla comunità tabarchina, il fatto che qualcuno, non resistendo piú a condizioni di limite ormai prive di scopo, se ne andò a vivere sulla costa, tra i Barbareschi e finí per abiurare la fede dei padri facendosi musulmano.»

    Gin Racheli, Le Isole del Sulcis, Mursia ©1989

    Re di Sardegna

    Per i “Tabarchini” era giunto il momento di cambiare isola, trovare altri lidi dove andare a vivere.

    «Un giorno, la nave che collegava Tabarca con Genova portò, insieme con le mercanzie, una notizia: il re di Sardegna cercava coloni per alcune terre del regno e tra queste v’erano due Isole quasi deserte, S. Antioco e S. Pietro, molto piú grandi della loro.»

    Gin Racheli, Le Isole del Sulcis, Mursia ©1989

    Cagliari

    Una delegazione prese il mare e fece rotta su Cagliari. Era il 1736 e tutta la comunità finalmente aveva la speranza di un futuro migliore. L’offerta si concretizza nel numero di 140 coloni che potevo insediarsi sull’Isola di San Pietro. Tornati a Tabarka i 140 coloni divennero 140 famiglie. Nel libro di Gin Racheli l’epopea dei “Tabarchini” non si ferma qui. Sono diverse le pagine che raccontano la colonizzazione dell’Isola, della loro incredibile capacità di creare da zero un paese fortificato, le saline, la tonnara e di rendere coltivabile molti ettari dal nulla.

    Identità tabarchina

    Leggere la storia dei “Tabarchini” e vagare per l’isola alla ricerca di paesaggi da fotografare è stato un bel viaggio in una dimensione mediterranea molto affascinante: quella di una piccola comunità sopravvissuta ad imperi e globalizzazioni varie. I miei paesaggi costieri, sardi, italiani, mediterranei, con molta difficoltà cercano di evocare un’armonia perduta tra civiltà materiale e natura, tra mito e storia. Qui a Carloforte è rimasto qualcosa di più, che una fotografia non è in grado di riprodurre: la lingua, la loro parlata, l’accento della loro gente. Dopo tutte le loro traversie, la loro incredibile odissea si tengono ben raccolte le loro pagine di storia e un’identità tra tramandare alle future generazioni.

    [LUCA TAMAGNINI] © 2021

    © Copyright - Luca Tamagnini